Il Santuario della Vergine di Coelimanna

di S. Tanisi

B_V_coelimanna_002Alle pendici della Serra di Supersano, aggregato al cimitero comunale, si innalza in cima alla scalinata il Santuario della Beata Vergine di “Coeli Manna”, con alle spalle l’omonima cripta bizantina. La tradizione orale supersanese narra di due leggende legate a questo santuario. La prima racconta che un principe romano, salvato da una malattia mortale per intercessione della Vergine, si trovava a cavalcare nel territorio di Supersano. D’improvviso, il suo cavallo piegò le zampe anteriori e si genuflesse per qualche minuto, ripetendo l’azione per ben tre volte in diversi luoghi, tra cui l’ultima di fronte alla cripta bizantina. Il nobiluomo interpretò il gesto dell’animale come segno della Vergine che lo aveva guarito e fece edificare il santuario a Lei dedicato. La seconda racconta di una pastorella alla quale, pascolando il gregge nei pressi della Serra, apparve una meravigliosa signora. La donna chiese alla bambina di chiamare il sacerdote del paese, rassicurandola che sarebbe rimasta lei ad accudire le pecore. Il sacerdote e la pastorella si recarono sul luogo dell’apparizione e scoprirono tra i rovi la preziosa cripta bizantina.

B_V_coelimanna_001 B_V_coelimanna_003Tra le più antiche testimonianze documentarie sul culto della Vergine di Coelimanna a Supersano, vi è la Visita Pastorale di mons. De Rossi del 1711. Dalla relazione si apprende come, concedendo la Beata Vergine molte grazie, verso il 1670, al tempo del principe di Ruffano Pietro Brancaccio, vi fu un gran concorso di popolo per cui, con le elemosine raccolte, fu eretta una chiesa in «meliorem formam». I fedeli in modo particolare chiedevano la liberazione degli ossessi. Ma ci furono scandalosi riti di esorcismo, non privi di elementi magici, che videro associati «maligni homines et foeminae, et ignorantes sacerdotes» per cui il vescovo ugentino Antonio Carafa (1663-1704) proibì tali pratiche, con grave discapito del luogo di pellegrinaggio. Sul portale d’ingresso alla chiesa sono incisi la sigla A.R.S. (Anno Reparatae Salutis) e la data 1746 che probabilmente allude alla riapertura o alla riconsacrazione al culto. L’interno, a pianta quadrata a croce greca, ha la copertura a volta a squadro realizzata probabilmente nella seconda metà del Seicento. Nell’altare maggiore, di fattura ottocentesca, è incastonato l’altorilievo in cartapesta realizzato nel 1899 dal noto cartapestaio leccese Giuseppe Manzo (1849-1942) che mostra l’apparizione della Vergine alla pastorella. Degno di nota è il grande gruppo scultoreo in cartapesta, opera del Manzo del 1904, che raffigura nuovamente il racconto della pastorella.


Bibliografia
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