Il Bosco

di M. A. Bondanese

il_boscoAl piano terra, la prima sala narra la storia del Bosco di Belvedere, “foresta”¹ plurimillenaria risalente al periodo post- glaciale. Distesa lungo l’area di sedici comuni, ricca di acque, ospitava cervi, cinghiali, volpi, lontre, caprioli, scoiattoli e una grande varietà di volatili. Questo immenso latifondo di querce, tra cui il maestoso farnetto, la roverella e la virgiliana, includeva anche olmi, lecci, castagni, persino il frassino maggiore e il carpino bianco. Un documento del 1464 attesta che il suo legname venne richiesto per riparare le porte del Castello Carlo V di Lecce². Il Bosco subì però nel tempo un drastico impoverimento al punto che l’Arditi, nel 1879, scriveva «Era questo forse nella Provincia il bosco più vasto e vario per essenze arboree, ma oramai non rimangono più di arbustato e di ceduo se non poche moggia a Nord-Ovest verso Supersano; tutto il resto è ridotto a macchia cavalcante od a terreni coltivati a fichi, vigne e cereali»³. Non estranea alla fine del Bosco la sua suddivisione in quote, seguita alle leggi eversive della feudalità del decennio riformatore francese. Dopo annosa contesa con la potente famiglia Gallone, detentrice del Bosco di Belvedere, nel 1851 venne eseguita l’ordinanza di divisione del patrimonio boschivo fra i comuni che vi esercitavano gli usi civici. A riguardo, il Mainardi rileva che «Le complesse vicende storico-giudiziarie associate alla Questione demaniale del Bosco Belvedere, dal punto di vista territoriale innescarono profonde conseguenze geografiche nel paesaggio così investito da rapidi mutamenti che, nel volgere di pochi lustri, a far data dalle operazioni di divisione in massa dell’ex-feudo Belvedere e della Foresta, ebbe ad assumere un connotato non più silvano ma decisamente caratterizzato dalle colture agrarie, vie più affermantisi nella seconda metà del XIX secolo»4.


¹ Così la chiama il Conte Carlo Ulisse de Salis Marschlins che, percorrendo le contrade del Salento nel 1789, annota come «nella foresta di Supersano sono allevate due razze equine appartenenti al Marchese di Martina e al Duca di Cutrofiano, le quali forniscono buonissimi cavalli da sella e da tiro. Vi sono anche degli armenti, ed assaggiai qui una nuova qualità di formaggio fatto di latte di capra, che è davvero eccellente»(C. U. DE SALIS MARSCHLINS, Viaggio nel Regno di Napoli, a cura di G.Donno, Lecce 1999, pp. 140-141).
² Cfr. G. FIORENTINO, Il Bosco di Belvedere a Supersano: un esempio di archeologia forestale, tra archeologia del paesaggio ed archologia ambientale in P. ARTHUR-V. MELISSANO (a cura di), Supersano Un paesaggio antico del Basso Salento, Galatina 2004, pp. 23-24.
³ G. ARDITI, Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, rist. an. Lecce 1994, p. 65. L’Arditi aveva conosciuto nelle sua varietà e bellezza il Bosco perchè, nel 1851, aveva ricevuto l’incarico di tracciarne la mappa e stabilire la divisione in quote tra le parti interessate.
4 M. MAINARDI, Il Bosco di Belvedere, «Lu Lampiune», a. V, n. 3, 1989, p. 108.


Il Bosco di Belvedere e gli usi civici

L’immenso polmone verde ricadeva nel feudo di sedici Comuni: Supersano, Scorrano, Spongano, Muro, Ortelle, Castiglione, Miggiano, Poggiardo, Vaste, Torrepaduli, Montesano, Surano, Sanarica, Botrugno, San Cassiano e Nociglia, che vi esercitavano gli usi civici, ossia i diritti minimi riservati alle popolazioni a fini di sussistenza. Il Bosco era dunque, osserva Francesco De paola, «fonte di ricchezza e per questo oggetto di desiderio e di contesa tra le popolazioni confinanti»¹ come attesta, tra l’altro, il conflitto che nel XVI secolo oppose contro il feudatario di Supersano gli abitanti di Scorrano, «che lamentavano la soppressione d’alcuni diritti che essi vantavano da tempo immemorabile sullo splendido Bosco del Belvedere», come quelli di «acquare, pascolare e legnare senz’alcuna servitù»².


¹ F. DE PAOLA, L’effimero volo delle aquile dei Gonzaga sulle terre salentine (1549-1589), in M. SPEDICATO (a cura di) I Gonzaga in Terra d’Otranto, Galatina 2010, n. p. 85.
² Ivi, pp. 84-86. In merito alla controversia, l’Autore cita la “provvisione regia” del 1582 con cui la Gran Corte della Vicaria di Napoli si espresse a favore dei cittadini di Scorrano contro Scipione Filomarino, allora barone di Supersano. Dai Filomarino, il feudo, attraverso vari avvicendamenti, perviene nel 1641 ai Gallone di Tricase, ai quali rimane la proprietà del Castello di Supersano fino al 1918, quando questo – come si è detto – viene acquistato dall’on. Francesco Manfredi.


Le “delizie” del Bosco di Belvedere

“Delizie” definisce Aldo de Bernart l’incanto e le rigogliose varietà del Belvedere¹, invitando a rileggere le pagine che il ruffanese Raffaele Marti aveva dedicato alla descrizione dell’antico patrimonio boschivo, la cui superficie di oltre 32 km2 d’area era delimitata da una linea quasi elissoidale di circa 40 km. di giro ed era ricca di acque alluvionali che sboccavano «in ramificati canaloni, spesso fiancheggiati dal rovo, dal frassino, dalla vitalba, dalla marruca, dalla brionia» che, intricandosi, ombreggiavano stagni ch’erano «albergo di scodati e caudati batraci, di luscegnole, d’orbettini, e spesso di bisce d’enormi proporzioni». Il Marti ricordava come nel fitto bosco prosperassero, non coltivate, anche piante come «il prugnolo, il corbezzolo, il melo, il pero, l’apuzia, la selvaggia vite, il sorbo, il nespolo» e vi trovassero asilo volpi, lepri, conigli, tassi, istrici, ricci, faine, martore e puzzole, senza che mancassero «i voraci lupi e i cinghiali, di cui l’ultimo fu ucciso nel 1864, anno in cui il bosco era ridotto quasi a met໲.


¹ Cfr. A. DE BERNART, Torrepaduli scomparsa in A. DE BERNART-M. CAZZATO-E. INGUSCIO, Nelle Terre di Maria d’Enghien, Galatina 1995, p. 30.
² Citazioni da R. MARTI, L’estremo Salento, Lecce 1931, pp. 21-23.


Il Lago Sombrino

Paradiso dei cacciatori per l’abbondanza di fagiani, tordi, beccacce e pernici, il Belvedere ospitava anche trampolieri che, annota Bruno Contini, «svernavano presso la palude di Sombrino, formata dalle acque piovane che cadevano abbondanti in autunno»¹ ma, stagnanti in estate, emanavano «miasmi deleteri, che spandevano la loro influenza pestifera fino a Supersano»², propagando l’azione malarica in tutta la zona mediana della provincia. Motivo per cui il Giustiniani, descrivendo “Suplessano” ai primi dell’800, registra che è «in luogo di aria non sana»³.
Nel 1858, uno scavatore di pozzi di Soleto, Giuseppe Manni, riesce a bonificare l’area facendo confluire le acque del lago entro una voragine da lui creata: «e come d’incanto/scomparvero l’acque,/non senza rimpianto./Ne sorsero i campi/fiorenti di Bacco/ma tu Supersano,/per fato divino/perdesti il tuo lago/il lago Sombrino» (Rocco De Vitis)4.
D’allora Supersano acquista fama di località salubre tanto che l’Arditi, rispetto al più antico etimo di origine prediale, avanza l’ipotesi che il suo nome sia «una pretta ed accorciata traduzione del latino Super sanum, più che sano»5, con chiara allusione alla bontà del clima.


¹ B. CONTINI, Squarci di campagna, Manduria 2009, p. 116.
² C. DE GIORGI, La Provincia di Lecce- Bozzetti di Viaggio, cit., p.148.
³ L. GIUSTINIANI, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, 1797-1805, rist. an. Bologna 1984, tomo IX, p. 120.
4 R. DE VITIS, Le “Vore”e il Lago Sombrino in Soste lungo il cammino, Taviano 1990, p. 116.
Per le bonifiche delle zone paludose in Terra d’Otranto, fra cui quella di Sombrino, a ridosso dell’Unità d’Italia, cfr. M.A. VISCEGLIA, Territorio feudo e potere locale. Terra d’Otranto tra Medioevo ed Età moderna, Napoli 1988, p. 25.
5 G. ARDITI, Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, cit., p.577.